Valentina Acierno
Vicens Vidal
Victor Rahola
Xabier Eizaguirre
Xabier Unzurrunzaga
Xavier Fàbregas
Xavier Monteys
Xavier Rubert de Ventós
Zaida Muxí
Àlex Giménez
Amador Ferrer
Angel Martín
Anton Pàmies
Antoni Llena
Antoni Marí
Antonio Font
Aquiles González
Ariella Masboungi
Axel Fohl
Beth Galí
 
Era Febbraio o Marzo del 1991, adesso non ricordo bene. Ed io avevo appena perso mio padre. Ricordo di essere partita con la morte nel cuore per Barcellona. Città che già avevo visitato e amato dal primo istante.
L’occasione era partecipare alla prima edizione del Master Urbanismo de las ciudades: Projectar la Perifèria tanto voluta da Manuel. Mandando uno stringato curriculum, in tutta fretta, vinsi una borsa per vivere quest’esperienza. Quasi ogni quindici giorni dovevamo esporre pubblicamente i nostri progetti (sulle aree proposte da i diversi docenti e davanti a molti del Politecnico chiamati a esprimere le loro opinioni.) Il primo approccio con Manuel fu traumatico. Io avevo l’atteggiamento della prima della classe che, di “derivazione rossiana” e davanti alle “stranezze” nell’approccio allora ancora sorprendente dei colleghi olandesi, si rifiutava di formalizzare un progetto a scala territoriale di fronte al nulla: periferia di Princeton, 23 Km di nulla. E li fui “bacchettata” da Manuel che, con la sua enorme esperienza, capiva da dove venivano le mie perplessità ma mi spronava a spingermi in la, nel territorio del dubbio, della sperimentazione, attraverso il dibattito teorico prima e nel progetto poi, convinto già da allora che quei “territori periferici” fossero quelli più fertili e malleabili della città contemporanea. Con quell’aria sorniona, ma mai
beffarda, stava come a fomentare le incertezze, a confondere le nostre allora poche e misere verità acquisite nelle scuole di derivazione… lui era molto più avanti.
Con il secondo laboratorio, dove lui era il docente e l’area quella di Alexander Polder, alla periferia di Rotterdam, io feci di tutto per conquistare la sua fiducia. Lui cominciò il suo seminario cosi: accese un registratore e l’aula si “illuminò” di un’immensa musica classica…dopo un po’, nel silenzio profondo di tutti disse: “proviamo ad ascoltare le pause, i silenzi che passano tra una nota e un’altra, tra un brano e un altro, proviamo a sentire quello che tempo vuoto non è! Ascoltiamo il silenzio dell’intervallo, la sua profondità e la quantità di emozioni che contiene”. Questa cosa allora mi commosse fino alle lacrime e se penso, oggi, a tutto quello che ho imparato da quell’istante alla commozione si aggiunge una profonda gratitudine.
E cambiai atteggiamento. E cominciai a sentire quegli intervalli, luoghi fertili delle periferie metropolitane, margini dove la complessità si può vedere come ricchezza e potenzialità .
E questa passione contagiosa per il nostro lavoro non offuscava certamente quella per la vita, la gioia, la festa… ricordo quelle memorabili che organizzava alla fine dei Corsi nell’atrio della Casa della Caritat. Il luogo da noi frequentato notte e giorno per lo studio e l’impegno grande, si vestiva a festa… vino, gioia, leggerezza, orchestra, balli della tradizione... Dopo lungo tempo, il dottorato di
ricerca, mi portò di nuovo li. Il mio cuore era in parte restato li e la scelta di indagare l’opera di alcuni architetti catalani contemporanei nel rapporto tra “architettura e costruzione” fu quasi obbligata. E naturalmente andai, in prima battuta, a trovare lui. A chiedergli consigli. Alla mia richiesta di come supportare “teoricamente” certe mie riflessioni da convalidare, prese il telefono, chiamò suo fratello e gli disse che un’amica italiana aveva bisogno di alcuni consigli…il pomeriggio stesso ero alla scrivania di Ignasi Solà per una delle interviste più belle e interessanti che abbia mai avuto l’onore di fare. E anche a lui ne feci una qualche giorno dopo…solo che eravamo seduti in un ristorante della sua “Ila” chiacchierando amabilmente.
A Palermo ultimamente fu invitato da alcuni docenti che ignoravano la nostra “quasi familiarità”. Furono sorpresi dalla sua manifestazione di affetto quando abbracciandomi al bar di Architettura disse contestualmente: “ Lei è stata tra i miei migliori frequentatori del Master”. Lasciò a bocca asciutta alcuni astanti,… io sorrisi grata…
La notizia della tua scomparsa mi ha colto alla sprovvista e in un momento sbagliato. Certo non ci sono momenti giusti per morire. Ma io stavo per parlare a una conferenza, ero davanti al microfono. Ho raccolto tutte le mie forze e dentro di me ti ho profondamente ringraziato.Ti ho parlato come ci si rivolge al proprio maestro. Ti ho chiesto: fa che sia degna dei tuoi insegnamenti.
Ciao Manuel. / Palermo