Valentina Acierno
Vicens Vidal
Victor Rahola
Xabier Eizaguirre
Xabier Unzurrunzaga
Xavier Fàbregas
Xavier Monteys
Xavier Rubert de Ventós
Zaida Muxí
Àlex Giménez
Amador Ferrer
Angel Martín
Anton Pàmies
Antoni Llena
Antoni Marí
Antonio Font
Aquiles González
Ariella Masboungi
Axel Fohl
Beth Galí
 
Un giorno Manuel mi chiamò, doveva essere giugno dell’85 o del
’86, mi disse che l’Amministrazione Comunale della città di Palermo lo aveva invitato ad un incontro, ci sarebbero stati altri tre architetti, l’intenzione del sindaco era di incaricarli della redazione del Piano Particolareggiato del Centro Storico; gli altri, urbanisti, erano tutti italiani: Leonardo Benevolo, Pierluigi Cervellati, Italo Insolera. Qui -mi dice– a Barcelona, è già scoppiato un casino sulla stampa, scrivono che vado a lavorare per i gesuiti, sai… in Catalugna su queste questioni siamo molto sensibili; naturalmente la proposta mi interessa molto, ma non so cosa fare, ho l’impressione di mettermi in un guaio -. Mi chiese la mia opinione.
Gli risposi che non doveva avere dubbi, di accettare assolutamente, che a Palermo stavano cambiando molte cose, che Leoluca Orlando, eletto sindaco da poco, di formazione democristiana e certamente vicino ai Gesuiti, era molto diverso dai suoi predecessori. Stava agendo con decisione per emancipare Palermo da una cultura localistica e mafiosa, portando i suoi problemi alla discussione nazionale e internazionale. Gli dissi che Orlando aveva capito l’importanza di un nuovo Piano per la città e soprattutto il valore del Centro Storico, abbandonato dalla fine della guerra.
Riuscii a fargli mettere da parte momentaneamente il suo pessimismo e a convincerlo di rinviare la decisione a dopo l’incontro. Alla fine disse che sarebbe venuto e così restammo d’accordo che avremmo cenato insieme la sera del suo arrivo.
Lo portai in un ristorante della Piana dei Colli, area di ville settecentesche e di devastazioni urbanistiche -di sera l’alta densità diventava invisibile- era estasiato dell’atmosfera del giardino di agrumi dove trascorremmo la serata discorrendo dei pro e dei contro di quell’invito, certamente arrivato per suggerimento di qualche architetto o forse di un ingegnere più curioso e informato, vicino all’Amministrazione.
Manuel non conosceva Orlando, ma conosceva bene gli altri urbanisti e sapeva che, sebbene molto diversi, il loro orientamento comune era conservativo.
Ci salutammo dandoci appuntamento per la sera dopo; non ricordo se andammo nello stesso posto,

credo di si. Quando andai a prenderlo Manuel era scuro in volto ma il suo impercettibile sorrisetto voleva dire -tanto lo sapevo!-. Mi disse: -non c’è niente da fare, non so perché mi abbiano chiamato, hanno già deciso tutto. Dopo l’abbandono di questi anni il sindaco non può che desiderare di ricostruirla “com’era” questa città, benchè sia una follia e una falsificazione insopportabile, questa è la sua idea e la sua cultura, e i professori gli offrono la legittimazione culturale. Nessuno si pone il problema di volere scoprire un possibile futuro di questa città straordinaria; vogliono fermare il tempo e io non credo di potere fare nulla,… non mi lascerebbero fare nulla-. Lo invitai ad aspettare ancora prima di prendere la sua decisione, cercai diconvincerlo che la sua presenza nel gruppo avrebbe indebolito la posizione ideologica a vantaggio del metodo di lavoro, in ogni caso sarebbe servita a mettere in pubblico il problema.
Era molto scettico, effettivamente la sua chiamata era un’anomalia dovuta, probabilmente, alla mancanza di informazioni specifiche sul suo lavoro da parte degli amministratori.
D’altra parte gli ricordai che Cervellati era stato un mito nell’ideologia della sinistra moralista degli anni sessanta, quando studiavamo sui solidi libri di storia di Benevolo, leggevamo i saggi rigorosi e impegnati di Insolera e la sinistra aveva affidato all’urbanistica l’unica possibilità di salvezza per la città storica e contemporanea.
L’impressione di Manuel si è verificata premonitrice ma non del tutto; in quei due giorni Manuel aveva percepito lucidamente la situazione, si era immaginato solo contro un gruppo ideologicamente compatto e determinato di urbanisti e amministratori, che non avrebbero mai pensato che l’unico modo per conservare la città era di trasformarla.
Ci salutammo calorosamente, io con la speranza che continuasse a pensarci, lui nascondendo l’incertezza della scelta dietro la sua abituale, elegante discrezione.
Il giorno dopo se ne andò e quando ci risentimmo mi confermò la sua decisione di non accettare l’incarico. / Palermo