Valentina Acierno
Vicens Vidal
Victor Rahola
Xabier Eizaguirre
Xabier Unzurrunzaga
Xavier Fàbregas
Xavier Monteys
Xavier Rubert de Ventós
Zaida Muxí
Àlex Giménez
Amador Ferrer
Angel Martín
Anton Pàmies
Antoni Llena
Antoni Marí
Antonio Font
Aquiles González
Ariella Masboungi
Axel Fohl
Beth Galí
 

Durante il suo lungo itinerario professionale, Manuel de Solà-Morales ha avuto modo di occuparsi anche di alcune delle maggiori città portuali italiane, come Napoli, Genova, ma più di tutte, Trieste. Di tutti questi suoi progetti, quello relativo allo storico porto dell’Alto Adriatico è senza dubbio il più articolato, il più complesso, quello che probabilmente mette in maggior evidenza la ‘filosofia’ del suo approccio al progetto urbano, tanto più quando questo si deve confrontare con un tessuto storico di massima rilevanza.
Il porto di Trieste, il vecchio porto, per la sua importanza, le sue dimensioni, la sua posizione strategica, ha sempre rivestito un ruolo essenziale nel più ampio contesto urbano: una sorta di città dentro la città. Ma le vicende dello sviluppo contemporaneo della portualità triestina avevano relegato questa cittadella portuale, prima, nel mondo nebbioso dell’obsolescenza e, successivamente, nella dimensione del sostanziale distacco dalla città e quindi, nel suo oblio definitivo.
Questo contesto, reso ancor più complicato da una pesante conflittualità tra gli organi di gestione della città e del porto, è proprio quello con cui Solà-Morales deve confrontarsi quando viene chiamato a Trieste, alla fine degli anni Novanta. Chi lo invita è un’associazione privata, “Trieste futura”, costituita da poco, su iniziativa di alcune influenti realtà economiche cittadine, che stanche delle infinite e sterili polemiche tra Municipio e Autorità portuale, decidono di prendere l’iniziativa e di promuovere un progetto ‘autonomo’ di riconversione del Porto Vecchio, in grado di rilanciare l’esausta economia di una città, da troppo tempo in attesa di iniziative coraggiose e innovative.
Quando è il momento di pensare a chi rivolgersi per questo difficile incarico, i responsabili di ‘Trieste futura’ si concentrano su quello che veniva ritenuto, a ragione, uno degli esempi di rivitalizzazione

urbana più riusciti di quegli anni: la riconversione del waterfront di Barcelona, del suo vecchio porto, e di conseguenza contattano l’artefice della grande operazione del Moll de la Fusta: Manuel de Solà-Morales.
Il lavoro dell’architetto catalano non è per nulla facile: da una parte, il compito di ripensare un’area portuale, centrale, di più di 47 ettari, ridandole un’identità convincente e funzioni urbane attrattive, e dall’altra, un clima di sospetto e diffidenza, derivato dal fatto che un soggetto non istituzionale, come questa recente associazione, abbia chiamato a Trieste un progettista ‘straniero’.
Quando arriva il giorno della presentazione pubblica del progetto, in città si è consolidata una forte aspettativa, diffusa tanto a livello istituzionale come tra la popolazione. Quel mattino del 23 settembre 2000 il Teatro Verdi è colmo di gente: i posti in platea e nei palchi sono esauriti come a una ‘prima’ di un’opera popolare, attesa da tempo. Gli spettatori seguono con attenzione gli interventi che si susseguono, ma è la presentazione di Solà-Morales che capta il maggior interesse dei presenti, che in gran silenzio ascoltano la ‘lezione’ dell’architetto.
Il suo intervento viene applaudito a lungo, con convinzione, come un collettivo ringraziamento per aver finalmente dotato la città di una prospettiva per il recupero di una sua area tanto importante, ma forse, ancor di più, per aver saputo suggerire una direzione di crescita ad una comunità in forte crisi di identità.
A questo punto vorrei agingere un ricordo personale. Dopo aver ascoltato attentamente il suo intervento, prendendo appunti frettolosi e ripromettendomi di studiarli a casa con un po’ di calma, mi avvio anch’io verso il foyer, sperando di poter salutare non solo l’architetto, ma in particolare, l’amico. A Manuel, infatti, mi legava da anni un rapporto singolare, più episodico che intenso, fatto di scambi di telegrafici messaggi e, da parte mia, di richieste di articoli per una rivista che da anni si occupava di waterfront revitalization e per
la quale Manuel aveva da poco pubblicato un breve ma incisivo saggio intitolato Five questions on Urban Port Project.
Approfitto di un momento in cui vedo Manuel allontanarsi dal gruppo dei suoi interlocutori e rapidamente lo raggiungo, complimentandomi a mia volta per la magistrale lezione cui ci aveva fatto assistere. Gli dico che era proprio questo quello di cui Trieste aveva bisogno, non per ‘sognare’, ma per cominciare a progettare seriamente il proprio futuro, dopo decenni di sonnolenza e di occasioni perdute. Manuel mi ringrazia e mi lascia parlare per un po’. Quindi mi guarda e mi sorride, dolcemente ma con una strana espressione sul suo volto, e poi, quasi timidamente, mi confida un suo pensiero: “sai bene tu, come io, che di tutto questo non si farà nulla”.
Manuel aveva visto giusto: dopo le prime accese reazioni, il progetto rimase sulla carta e, poco a poco, abbandonato; il costume abituale, in città, della polemica costante e distruttiva divorò il suo disegno, così come ne produsse e ne distrusse altri, uno dopo l’altro.
Ma a distanza di un decennio, quando finalmente un piano concreto di riconversione ha cominciato ad essere attuato da poco tempo, si riesce a capire meglio che la ‘vision’ di Manuel era corretta. La sua idea di rivitalizzare quella zona strategica del Porto vecchio e di riconfigurare la relazione tra la città e il suo porto, in termini innovativi, si è rivelata vincente.
Per questo, in qualche momento, nel prossimo futuro, sarà il caso di ricordare ai triestini il debito di riconoscenza che deve essere tributato a quell’architetto ‘straniero’, che sicuramente era rimasto affascinato dalla loro suggestiva città e che, con il suo entusiasmo e la finezza abituali, aveva tracciato e donato loro, più che uno specifico progetto urbanistico, una prospettiva per riconquistare la dimensione perduta dell’impegno civile a ‘costruire’ e a ‘curare’ costantemente la propria città. / Venezia