Valentina Acierno
Vicens Vidal
Victor Rahola
Xabier Eizaguirre
Xabier Unzurrunzaga
Xavier Fàbregas
Xavier Monteys
Xavier Rubert de Ventós
Zaida Muxí
Àlex Giménez
Amador Ferrer
Angel Martín
Anton Pàmies
Antoni Llena
Antoni Marí
Antonio Font
Aquiles González
Ariella Masboungi
Axel Fohl
Beth Galí
 
Alla “Settimana dell’architettura” che José Ignazio
Linazasoro organizzava a San Sebastian c’erano tutti. I fratelli Krier, che Tafuri bastonava duramente per il loro postmodernismo (tuttavia era stato Leon ad aprire gli occhi a Stirling e non viceversa), Massimo Scolari e insomma tutti.
Manuel, che aveva sei anni meno di noi, andando a cena (sempre troppo tardi per il nostro ritmo italico) lungo la strada ci avvicinò e grosso modo disse questo: “dobbiamo confrontare le misure delle reti, quella del Borgo Teresiano e quella del Plan Cerdà”. Ovviamente non si trattava solo di discutere delle larghezze stradali o delle grandezze degli isolati certamente inconfrontabili ma piuttosto di ragionare sull’esistenza o meno di leggi interne alla forma della città. La città mercantile era stata teorizzata, in prima ipotesi, a sviluppo illimitato ma poi, nei fatti, era stata costruita per parti finite.
Penso che sia stato l’amore per queste due città, Trieste e Barcellona, che ha fatto nascere tra noi l’amicizia, un’amicizia profonda alimentata dalla curiosità per le pensate dell’altro, nate tanto dall’applicazione intelligente allo studio quanto dal gusto del paradosso e dall’allegria che viene dalla scoperta, spesso casuale.
Così il taglio, la stoffa e la confezione delle cravatte
o Leonidov con la sua Magnitogorsk erano entrambi argomenti da approfondire e del resto come avrebbero potuto essere prese sul serio le promesse di rinunciare alle sigarette di Italo Svevo e le tristezze di strada di Umberto Saba?
Quando portammo, con l’Istituto Italiano di Cultura, Trieste a Parigi, Manuel presentò su UR quella nostra follia, che aveva avuto spazio nelle Cucine del Sovrano e in prossimità della cella di Maria Antonietta, “Portrait pour une ville”. Se non ricordo male su quella rivista fu pubblicato un saggio molto bello, firmato dal filosofo catalano Antonio Marí .
Quando Riccardo Illy, che aveva deciso di trascurare per un certo tempo il caffè e di essere il Sindaco o meglio l’Alcade della città, mi chiese di indicargli un nome sicuro cui affidare il progetto del recupero del Porto Vecchio di Trieste mi fu facile ricordare Manuel, l’argomento del primo incontro a San Sebastian e l’urbanizzazione del “Passeig de
Colom” e del “Moll de la Fusta”, un incontro fatale tra una città murata ed il mare. Nell’autunno dell’87 a quel progetto di Manuel avevo riservato la terza esposizione (subito dopo Gardella e dopo Aymonino) del lungo ciclo di mostre realizzato a Venezia, alla Galleria d’architettura della Fondazione Masieri, in “volta de Canal Grande”.
Dopo, ancora una volta, “arrivarono tutti”: Siza, Gregotti, Gehry, Hejduk, Rossi, Canella, Grassi, Moneo, e via e via molti altri, fino a Calatrava che concluse il ciclo.
“Phalaris”, il giornale d’architettura, che accompagnò in seguito le mostre e l’attività della Fondazione, non c’era ancora ma realizzammo in quell’occasione una prima prova, a dire il vero non tanto felice, perché Tapiro, un grande grafico peraltro, volle strafare e ricopri di palme e di inchiostri carminio e violetta i disegni ed il testo, come sotto uno strato di marmellata di prugne.
Però nella mia casa di Venezia, in Campo Santa Margherita, nel salone, dove non c’erano ancora i mobili, tra le pareti tappezzate di manifesti, con un buffet più che buono, con una band di amici dei miei figli che suonava in modo strepitoso, i professori, gli allievi e le allieve preferite, e Gigetta e Rosa, fu proprio un momento felice.
A Manuel piacevano le feste ed anche a me. / Trieste