Valentina Acierno
Vicens Vidal
Victor Rahola
Xabier Eizaguirre
Xabier Unzurrunzaga
Xavier Fàbregas
Xavier Monteys
Xavier Rubert de Ventós
Zaida Muxí
Àlex Giménez
Amador Ferrer
Angel Martín
Anton Pàmies
Antoni Llena
Antoni Marí
Antonio Font
Aquiles González
Ariella Masboungi
Axel Fohl
Beth Galí
 
Manuel, uomo di grande simpatia e grande determinazione. Noi, architetti
italiani deditia pensare l’architettura come fatto urbano, eravamo tutti molto invidiosi di quello stupendo incarico a cui lavorava Manuel per il nuovo fronte mare del vecchio porto di Barcellona, il Moll de la Fusta. Erano i primi anni ‘80. Mentre in Italia si annunciava già il declino della fase “rifondativa” di una teoria e una prassi dell’architettura fondata sugli studi urbani e incernierata sul rapporto con la città, una rifondazione che aveva fornito stimoli e conoscenze a molti amici e colleghi spagnoli, da pochissimo la Spagna era uscita dall’inverno franchista e già la generazione dei quarantenni si veniva affermando in uno straordinario movimento culturale di rinnovamento e di apertura internazionale.
In questo clima di stupore e di invidia, concordai con Luciano Semerani sull’opportunità di invitare Manuel a presentare il suo progetto in una mostra alla sede della Fondazione Masieri dell’IUAV. Fu un evento festoso: vedevamo realizzarsi a Barcellona una possibilità straordinaria di cui in qualche modo ci sentivamo corresponsabili. Dopo l’inaugurazione della mostra in tantissimi andammo a casa di Luciano a brindare alla nuova Spagna e ai suoi giovani architetti.
Ma, come sappiamo, Manuel è stato anche uno straordinario docente che ha guidato la formazione di tanti architetti e non solo spagnoli. Due volte mi
capitò di partecipare al “tribunal” del suo Dottorato di Ricerca. I dottorandi erano Josep Parcerisa e Isabel Martinez (che oggi è Decana at Universidad Nacional de Rosario, Facultad de Arquitectura). Mi colpì allora in primo luogo la ritualità del “tribunal” con la disposizione dei “giudici” sulla pedana sopraelevata dell’aula, con di fronte il candidato “imputato”, mentre il relatore “difensore” assisteva. Ma a questa ritualità che allora mi parve eccessiva, corrispondeva poi la qualità delle tesi, la complessità degli argomenti e delle domande, la serietà della discussione e del giudizio. Il rito prendeva senso.
In una di queste due occasioni andammo poi a pranzo; faceva parte del “tribunal” Rafael Moneo che con Manuel aveva progettato il complesso “Illa Diagonal” che allora era in costruzione. Parlammo a lungo di quell’intervento e non solo delle sue caratteristiche architettoniche, urbane e spaziali ma anche del clima entusiasmante in cui si svolgeva in quel periodo l’attività progettuale degli architetti spagnoli, di quello “stato di grazia” forse unico in Europa in cui si presentavano molte opportunità di lavoro, era possibile e giusto sperimentare, venivano messe alla prova le qualità individuali e si realizzava una naturale e giusta selezione; ben oltre gli usuali meccanismi “di mercato” dell’attività professionale che in Italia conoscevamo.
Sul finire degli anni ‘80 dirigevo una collana di studi urbani. Chiesi a Giusa Marcialis che insegnava Urbanistica all’IUAV, di fare un libro su Barcellona.
Naturalmente, contattammo Manuel per valutare il taglio da dare al lavoro e avere i necessari suggerimenti. Ma ben presto, dialogando con lui, ci accorgemmo che il nostro progetto editoriale era fuori tempo: fuori tempo non solo per l’enorme mole di studi e di pubblicazioni che i colleghi catalani avevano realizzato nel decennio trascorso, non solo per gli scritti che su questo argomento lo stesso Manuel aveva pubblicato; ma perchè ormai quella fase conoscitiva aveva svolto il suo compito, la cultura della città era ormai parte organica dei singoli progettisti e l’argomento doveva essere riconsegnato agli storici mentre agli architetti era richiesto di occuparsi operativamente delle forme nuove della città.
In questo clima ormai il baricentro della cultura architettonica si era spostato verso la penisola iberica ed era iniziata una fase in cui erano gli architetti-urbanisti spagnoli a essere chiamati in Italia a progettare la trasformazione e l’ammodernamento delle città. Così successe a Manuel di essere chiamato a progettare il nuovo fronte mare del Porto Vecchio di Trieste. Un bel progetto che purtroppo è finito nel nulla. Neppure un bravo architetto “urbanologo” come Manuel è riuscito a salvarsi dalle sabbie mobili del non governo e dalla burocrazia italiana.
E’ stato per molti di noi un punto di riferimento culturale e professionale. Ma credo che lo ricorderemo anche per la sua simpatia e per la sua Rosa. / Venezia